Non ne verremo mai a capo. Pare impossibile ma il riconoscimento della ruralità dei fabbricati strumentali fa ancora discutere.

L’estenuante lotta quotidiana con i comuni, alla ricerca spasmodica di risorse economiche in un delirio di “frenesia accertatrice a prescindere”, malamente travestita da “rispetto delle norme”, non vedrà certamente la fine neanche adesso che si è pronunciata sull’argomento e per l’ennesima volta, l’Agenzia delle entrate.

Con una recente risposta ad un quesito posto da un contribuente titolare di partita IVA per la coltivazione di un vigneto della superficie di neanche 5mila metri, l’Agenzia ha confermato che il fabbricato di categoria D/10, asservito al fondo, è da considerarsi rurale a prescindere dall’estensione del terreno, a differenza degli immobili abitativi. Per i fabbricati a destinazione abitativa i requisiti da soddisfare sono individuati in criteri oggettivi (caratteristiche dell’azienda agricola e dei fabbricati, tra i quali la superficie minima dei terreni aziendali) e criteri soggettivi (utilizzatore dell’immobile e conduttore dei terreni aziendali).

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Per i fabbricati strumentali la norma rimanda solo ad un elenco di destinazioni che il fabbricato deve avere, senza richiedere alcun requisito di carattere soggettivo.

Sono pertanto inquadrati tra i fabbricati rurali strumentali all’attività agricola, quelli destinati:

  1. alla protezione delle piante;
  2. alla conservazione dei prodotti agricoli;
  3. alla custodia delle macchine agricole, degli attrezzi e delle scorte occorrenti per la coltivazione e l’allevamento;
  4. all’allevamento e al ricovero degli animali;
  5. all’agriturismo, in conformità a quanto previsto dalla legge 20 febbraio 2006, n. 96;
  6. ad abitazione dei dipendenti esercenti attività agricole nell’azienda a tempo indeterminato o a tempo determinato per un numero annuo di giornate lavorative superiore a cento, assunti in conformità alla normativa vigente in materia di collocamento;
  7. alle persone addette all’attività di alpeggio in zona di montagna;
  8. ad uso di ufficio dell’azienda agricola;
  9. alla manipolazione, trasformazione, conservazione, valorizzazione o commercializzazione dei prodotti agricoli, anche se effettuate da cooperative e loro consorzi di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228;
  10. all’esercizio dell’attività agricola in maso chiuso.

L’elemento caratterizzante di questa categoria di immobili, ricorda l’Agenzia, è la sola destinazione e connessione degli stessi all’attività agricola svolta, conseguentemente, non è obbligatorio che la superficie minima del terreno coltivato sia di 10.000 mq (3.000 in zona montana) come, invece è richiesto per i fabbricati a destinazione abitativa.

L’unico elemento che deve essere verificato in caso di accertamento della ruralità di un fabbricato accatastato in D/10, è quindi la sua destinazione alle attività di cui all’art. 2135 del codice civile, senza alcune rilevanza della superficie del terreno.