di Corrado Tei, direttore Patronato Inac Toscana


4 gennaio 2017 – L’undici gennaio la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla proposta di referendum abrogativo dei buoni lavoro. Ora, non è per far polemica, ma chi scrive crede che la Consulta avrebbe ben altre grane da affrontare. Per fortuna nella stessa proposta è contenuto il ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, argomento molto più affascinante del primo.

In ogni caso il Governo ha già annunciato che si impegnerà per determinare una “stretta” all’uso scorretto dei voucher, come se le recenti disposizioni introdotte non ne rendessero già praticamente impossibile l’utilizzo.
Nacque in Toscana l’idea dei buoni lavoro. Proprio così. Per tentare di dare una concreta e definitiva risposta alle esigenze manifestate dalle imprese agricole per la vendemmia e la raccolta delle olive. Lanciammo così l’idea dei buoni lavoro, mutuata da simili esperienze europee che, per inciso, in quei paesi funzionano benissimo da decenni e senza troppe complicazioni. Evidentemente in Italia non sappiamo copiare le buone esperienze.

All’inizio di questa “avventura”, notammo una certa difficoltà del legislatore a comprenderne l’utilità, tanto è vero che la prima limitazione all’uso dei buoni lavoro interessò le imprese agricole vere, quelle con volume d’affari superiore a 7mila euro (non me ne vogliano le altre). Infatti, mentre per le imprese agricole “minime” i buoni lavoro si possono usare per tutte le attività, per le imprese “vere”, si potrebbero usare solo per le campagne di raccolta e per le attività stagionali. Ma non importava, l’avevamo proposto proprio per dare una risposta a quelle esigenze.

Come se non bastasse, venne introdotta una limitazione sulle persone impiegabili: pensionati e studenti. Anche questa non ci preoccupò più di tanto… ma erano proprio questi i soggetti ai quali si doveva dare una risposta e che si impegnavano nelle campagne di raccolta. Improvvisamente ed inspiegabilmente, poi, il legislatore escluse le casalinghe dal sistema dei buoni lavoro. Perché? Chiederà il lettore. Non si sa, a distanza di anni chi scrive attende ancora una risposta dal Ministero del Lavoro!

Nel tempo il sistema è stato poi stravolto. Aperto a tutte le altre attività imprenditoriali, è finito, come spesso accade in Italia, per essere additato (con una buona parte di ragione) come lo “strumento legalizzato per ovviare al lavoro stabile”. I primi ad essere accusati, ovviamente, gli imprenditori agricoli. Innegabilmente qualche eccesso nell’uso c’è stato anche in agricoltura: giuste e doverose le punizioni. Oggi però, ad un passo dalla loro cancellazione e dopo numerosi tentativi del legislatore di arginarne l’uso con sistemi a dir poco paradossali, tanto da renderli praticamente inutilizzabili, si scopre che solo il 6% dei 145milioni buoni lavoro venduti nel 2016, sono stati utilizzati in agricoltura.

Possibile che l’abuso si concentri solo quel misero (si fa per dire vista la cifra complessiva) 6%?! Se gran parte del restante 94% viene utilizzato nel commercio, nei servizi turistici e persino nell’edilizia, forse bisognerebbe guardare anche in quei settori.

Ma a rimetterci saranno tutti, compreso l’Inps e il sistema previdenziale: pochi o tanti, i soldi versati per contributi e spese finivano comunque nelle casse dell’Istituto. E tolto questo “velo di nero”, che se così fosse saremmo stati i primi a denunciarlo, torneremo nell’oblio sul cosa fare per il pensionato o la casalinga che vuol andare a cogliere le olive “a mezzo, per lo studente che vuol andare a vendemmiare per aiutare la famiglia a pagare le spese universitarie (e qualche volta le vacanze per se, ma cosa c’è di male?), per gli amici che vogliono aiutare in cambio di una cena, di qualche chilo d’olio o dama di buon vino.

Con buona pace della “buona idea”.


Tratto da Dimensione Agricoltura n. 1/2017