Un approfondimento sulla situazione economica della Toscana dopo l’annus horribilis della pandemia, con Stefano Casini Benvenuti, direttore Irpet. Occupazione, settori in difficoltà, aree della regione che hanno subito più di altri la crisi, e, soprattutto, prospettive per i prossimi mesi “auspicando un sconfitta del virus, ed un nuovo entusiasmo che rilanci i consumi”. Intanto, i dati ci dicono che l’agricoltura ha retto molto meglio degli altri comparti agli effetti del Covid

di Lorenzo Benocci


Direttore Casini Benvenuti, dal suo osservatorio privilegiato, come possiamo archiviare l’anno appena concluso per l’economia toscana?

Si tratta certamente dell’anno peggiore della nostra storia recente: secondo le stime dell’IRPET il 2020 si chiuderà con una caduta del PIL regionale del 13,6%. Esportazioni e turismo ovvero le due forze che durante la Grande Crisi (quella iniziata alla fine del 2008) avevano consentito una certa tenuta all’economia toscana sono state, in questa fase, le voci più colpite facendo della Toscana una delle regioni del paese maggiormente in sofferenza.
Le due crisi messe assieme hanno prodotto una caduta del PIL procapite tale da portarlo sotto i livelli del 1995.

La crisi attuale è ancora più grave della precedente, non solo per la sua maggiore intensità, ma anche perché la sua origine è esogena al mondo dell’economia per cui la sua soluzione può venire solo dall’esterno, in particolare con la sconfitta del virus. Ciò ha fatto sì che siano molte le attività che hanno subito – e continuano a subire – drastiche riduzioni dei propri fatturati non per colpa loro, ma perché in questa fase sono le stesse regole di mercato ad essere state sospese dall’emergenza sanitaria.
Poiché però, superata l’emergenza, le regole di mercato torneranno ad operare, è necessario che le attività produttive rimangano vive per essere in grado di riprendere la propria attività: l’impegno profuso, anche se non sempre ben calibrato, sui ristori risponde a tale esigenza.

In questo quadro, come si colloca l’agricoltura? Esce rafforzata o indebolita da un 2020 caratterizzato da un emergenza sanitaria con forti ripercussioni economiche?

I dati ad oggi non consentono di dare una risposta solida alla domanda, anche se quei pochi disponibili confermano cadute del settore agricolo – e più in generale agroalimentare – meno pesanti di quelle avvertite da altri settori.
Le esportazioni agricole sono diminuite nei primi 9 mesi dell’anno “solo” dell’1,6% mentre quelle dell’industria alimentare sono addirittura aumentate, contro una caduta complessiva dell’export regionale che è stata – oro escluso – del 18%; anche l’occupazione mostra dinamiche migliori di quelle del resto dell’economia. È assai probabile che a fine anno il valore aggiunto del settore non si distanzi troppo da quello dell’anno precedente (nei primi nove mesi dell’anno la caduta in Italia è stata del 3%).
Pur nell’incertezza delle poche informazioni disponibili non vi è quindi dubbio che, almeno dal lato delle quantità domandate, il settore agricolo abbia sofferto meno degli altri settori. Come è noto, però, le performances delle imprese agricole non si possono cogliere solo guardando alle quantità prodotte, essendo altrettanto importante l’evoluzione dei prezzi nel rapporto col settore alimentare e quello distributivo (rispetto ai quali i produttori agricoli si trovano spesso in condizione di debolezza). Non solo, ma una parte del settore è inserito all’interno di filiere (es.: la ristorazione) che invece sono state tra le più penalizzate dalla pandemia.
Quindi dati incerti ma complessivamente meno negativi di quelli del resto dell’economia. Tuttavia, indipendentemente dagli andamenti economici di questo periodo, è possibile che, la crescente domanda di sicurezza da parte dei consumatori – conseguenza di questo particolare momento storico – favorisca un settore come quello agroalimentare che copre un bisogno fondamentale anche dal punto di vista della sicurezza e della salute.

Quali i comparti che sono andati più in sofferenza e quali quelli che hanno reagito meglio?

Le chiusure imposte dai lockdown e dai conseguenti cambiamenti nella domanda finale hanno colpito soprattutto quelle attività che, nel loro esercizio, generano eccessivi addensamenti di persone. Turismo, attività ricreative, ristorazione, ma anche i beni più legati all’esercizio del tempo libero (moda in particolare) e le filiere corrispondenti sono quelle che hanno sofferto di più; inoltre il crollo degli investimenti e degli acquisti dei beni durevoli ha finito col colpire molti settori della meccanica e dei mezzi di trasporto.
Nel complesso vi è stato un calo della produzione industriale che nei primi nove mesi dell’anno ha raggiunto il 18%, con punte particolarmente acute nella moda e nella meccanica, ma anche con tenute soddisfacenti nell’alimentare, nella farmaceutica e nelle produzioni legate all’informatica. Ma la maggiore novità rispetto al passato è rappresentata dal crollo del fatturato in molte attività del terziario, un settore da sempre caratterizzato, con poche eccezioni, da dinamiche abbastanza regolari e quindi in grande difficoltà ad affrontare una circostanza mai vissuta in passato. Il calo è stato addirittura superiore a quello dell’industria con punte particolarmente gravi negli alberghi, nella ristorazione e in certe categorie del commercio. Al contrario hanno subito una forte espansione il settore dei servizi informatici e quello di alcune tipologie di trasporto a corto raggio.
In sintesi ciò che è accaduto è una distribuzione dei danni – e talvolta anche dei benefici – dipesa da fattori estranei alle capacità delle imprese interessate, dipendendo solo dalla circostanza di trovarsi inserite in settori la cui domanda è caduta (talvolta aumentata) a causa del Covid.

Ci sono delle differenze fra le diverse aree e province: insomma possiamo parlare di una Toscana a più velocità, con chi ha risentito di più o di meno dell’effetto Covid?

La Toscana è, come noto, da sempre contrassegnata da dinamiche territoriali differenziate, che avevano segnato negli ultimi anni un maggiore dinamismo della Toscana centrale, le difficoltà della costa e la particolarità delle aree interne (queste ultime con dinamiche diverse a seconda che si parli di aree appenniniche o di aree soprattutto agricole del sud della regione).
Nel corso dell’emergenza Covid il quadro è significativamente cambiato, dal momento che sono soprattutto le aree dell’industria della moda e della meccanica, quelle del turismo (soprattutto nelle città d’arte) ad avere subito le conseguenze più negative: quindi è la Toscana centrale a soffrirne di più. La costa ha potuto, invece, contare su di una certa tenuta del turismo balneare; le aree interne hanno in taluni casi addirittura goduto di una certa valorizzazione dal momento che il distanziamento sociale da difetto prima del Covid è diventato un momentaneo pregio durante il Covid.

E per quanto riguarda l’occupazione?

Il calo della produzione industriale, da un lato, e quello dei servizi, dall’altro, hanno avuto ovviamente un pesante contraccolpo sul mercato del lavoro, anche se mascherato dagli interventi del governo volti ad evitare licenziamenti. In termini di occupati, infatti, il calo è stato “appena” dell’1,2%, mentre il tasso di disoccupazione non ha mostrato cambiamenti significativi.

Considerando però le ore di lavoro perse, il calo della domanda di lavoro che vi è stato in questi mesi corrisponderebbe ad oltre 160 mila unità di lavoro a tempo pieno; un calo che per i lavoratori dipendenti si è tradotto in parte in cassa integrazione, in parte in minori assunzioni; per i lavoratori autonomi in un calo -talvolta sino all’azzeramento – delle ore lavorate.
Il numero di ore richiesto per la CIG è stato a fine novembre di circa 174 milioni (contro i 18 milioni dell’anno precedente) e corrisponde a circa 100 mila unità di lavoro a tempo pieno. Inoltre il saldo tra le entrate e le uscite nel modo del lavoro ha portato ad una riduzione dello stock di lavoratori di oltre 50mila addetti rispetto a quanto osservato alla stessa data nel 2019. Si tratta soprattutto di contratti a tempo determinato, quindi soprattutto giovani che abitualmente ogni anno entravano nel mondo del lavoro o che vedevano confermato il contratto a tempo determinato.
In sintesi siamo di fronte ad una tenuta solo apparente dell’occupazione, che nasconde al suo interno insidie di non poco conto quando cesseranno i sostegni da parte del governo.

Quanto hanno risentito del lockdown e chiusure in diversi momenti (ad esempio canale Horeca ed export), i consumi di prodotti agricoli ed agroalimentari?

La domanda nei mesi del lockdown ha subito cali consistenti in tutte le sue componenti: consumi, investimenti ed esportazioni; quindi – come abbiamo visto sopra – molti sono i settori che ne hanno sofferto le conseguenze. Tuttavia vi sono state differenze a favore dei settori produttori di beni essenziali o di quelli che sono divenuti essenziali in questo periodo. I beni agroalimentari stanno certamente tra i primi, l’informatica, le forme di trasporto a breve distanza, alcuni prodotti ad uso medico tra i secondi. Come sappiamo però la lettura del sistema economico per settori non è sempre la più soddisfacente; l’analisi per filiera sarebbe infatti in grado di raccontarci meglio le dinamiche dei settori in quanto ciascuno di essi è spesso inserito in filiere diverse. Nel caso dell’agroalimentare, laddove il settore è inserito all’interno di filiere rivolte ai consumatori finali (e quindi verso la distribuzione) ha potuto godere di dinamiche sostanzialmente positive; laddove è all’interno della filiera della ristorazione e degli alberghi il risultato è esattamente speculare.
Sul fronte elle esportazioni invece, se nel complesso l’andamento dell’agroalimentare è stato positivo, al suo interno si osservano andamenti differenziati con dati positivi sull’olio, sui prodotti da forno, sulla frutta e dati negativi sulle piante e sulle bevande. Ancora una volta si conferma l’importanza delle filiere in cui i prodotti sono inseriti: le filiere il cui prodotto finale ha a che vedere con l’uso del tempo libero sono quelle più coinvolte negativamente.

Turismo: come immagina una ripartenza dei flussi nazionali ed esteri?

Il turismo è certamente il settore che ha subito, per ovvie ragioni, i danni maggiori, con cadute di fatturati mai vissute in passato, ma anche con andamenti diversi al suo interno, che hanno visto penalizzate le città d’arte, mentre le località balneari, in virtù di una parziale sostituzione del turismo straniero con quello nazionale (e anche di una diffusa percezione che la forza del Covid si fosse allentata nei mesi estivi) hanno mostrato una certa tenuta. Le aree interne hanno addirittura attratto un maggior numero di turisti per il fatto di garantire spontaneamente un maggiore distanziamento sociale. Tutto questo è avvenuto non solo per le regole restrittive imposte dai vari governi, ma perché si è spontaneamente diffuso un sentimento di paura verso eccessi di agglomerazione di persone. Quando però il timore del contatto fisico sarà superato è assai probabile che si ritorni al piacere di fare turismo e probabilmente in modo non troppo diverso dal passato. Le uniche varianti che potrebbero realizzarsi (confermando quanto accaduto in questi mesi) riguardano una maggiore valorizzazione delle aree interne, dell’agriturismo; inoltre, con la maggiore familiarità verso la digitalizzazione, potrebbe esservi un maggiore sviluppo della possibilità di usufruire di alcuni servizi a distanza in particolare nel mondo del turismo culturale, d’arte e in quello congressuale.

Uno sguardo al 2021: si può prevedere una ripresa per l’economia regionale e dell’agricoltura toscana?

La maggior parte delle stime disponibili parlano di un effetto rimbalzo nel prossimo anno che dovrebbe consentire un recupero solo parziale di quanto abbiamo perso nel 2020. Naturalmente il fatto che ci sia un rimbalzo è persino banale dopo una caduta della produzione di così vasta dimensione. La questione è quanto sarà questo rimbalzo e con che tempi ritorneremo sui livelli precedenti. Credo che sia poco prudente arrischiarci in previsioni sul quanto e sul quando, dal momento che tutto dipenderà dall’andamento del virus e dalla capacità di contrastarlo col vaccino. Ad oggi, sebbene vi sia un diffuso ottimismo sulla capacità di distribuire in modo esteso il vaccino, prevale la sensazione che il 2021 sarà ancora contrassegnato da una certa insicurezza per cui permarranno comportamenti cauti da parte dei consumatori, specie nelle attività caratterizzate da addensamenti di persone. Credo quindi che le previsioni che circolano – di un rimbalzo attorno al 5% già nel 2021 – siano un po’ troppo ottimistiche.
È tuttavia assai probabile che quando davvero si diffonderà la consapevolezza della effettiva sconfitta del virus – come dopo la fine di tutte le guerre -, si generi un nuovo entusiasmo che potrebbe favorire la ripresa dei consumi, specie di quelli che sono rimasti compressi nel corso dei mesi dell’emergenza. Il rischio però è che nel frattempo alcune imprese possano avere deciso di cessare la propria attività, che alcuni lavoratori possano aver perso il lavoro per cui, a fianco dell’entusiasmo per la auspicabile sconfitta del virus, vi sia la depressione per la compressione dei redditi e l’aumento della povertà. In questo contesto è probabile che il settore agricolo, più di altri, possa mantenere dinamiche positive per produrre beni di prima necessità accrescendo probabilmente anche l’attenzione da parte dei consumatori verso le filiere locali in grado di garantire maggiore sicurezza anche sul fronte della salute.

Cosa è necessario fare per favorire una ripresa?

La risposta sta un po’ nella conclusione del punto precedente. Da un lato occorre evitare che la lunghezza e la profondità della crisi costringa le imprese a cessare la propria attività per cause che non hanno a che vedere con la loro effettiva capacità produttiva, dall’altro sostenere la nascita di nuove imprese perché, anche qualora la domanda riprendesse, è assai probabile che alcuni comportamenti appresi lungo questi mesi permangano, modificandone quindi la struttura, per cui sarà necessario rispondere con nuove capacità produttive.
Ma non c’è dubbio che dopo una fase così lunga di difficoltà non sia sufficiente aspettare che la domanda riparta spontaneamente, anche perché il paese viene da una fase di bassa crescita che dura da oltre un quarto di secolo e che nell’ultimo decennio aveva assunto toni addirittura recessivi.
Un maggior sostegno alla domanda potrebbe però arrivare dai fondi del Next Generation Europe che dovrebbero portare ad una espansione significativa degli investimenti pubblici (ma anche del sostegno a quelli privati) con alcuni indirizzi fondamentali. Tra questi quelli legati al Green Deal potrebbero interessare in modo significativo anche il settore agricolo. Se ben utilizzati tali fondi potrebbero rafforzare la domanda finale, contribuire ad accrescere la produttività del sistema e quindi riportare la crescita ben oltre quella estremamente contenuta – inferiore all’1% – che si prevedeva prima che il Covid invadesse il nostro mondo.


Tratto da Dimensione Agricoltura n. 1/2021