
GRIDO DI DOLORE – «Non si può andare avanti così – sbotta Enrico Rabazzi, presidente della Cia di Grosseto – ogni giorno siamo a contare i danni di questo sterminio senza fine. Noi li chiamiamo predatori, che poi siano lupi, ibridi o cani selvatici fa poca differenza, dobbiamo eliminarli. In questo territorio – continua – è stata certificata, dalla Asl e dagli enti preposti, la presenza di lupi e di predatori di vario genere. Non ne possiamo più. Gli allevamenti chiudono e perdono quantitativi di prodotto in maniera esponenziale». Per ogni attacco al gregge, si contano decine di capi morti, ovvero migliaia di euro di danni per l’azienda colpita: «Ma oltre a subire ogni volta dai 3 ai 10 mila euro di danni per l’uccisione delle pecore – spiega Rabazzi –, abbiamo il danno ancora più grave, degliaborti, della mancata produzione di latte, del danno psicologico agli animali impauriti che calano la produzione. Uno fra i tanti esempi? Un’azienda che nei mesi scorsi aveva 400 pecore, oggi munge appena 20 capi. Cosa ci fa con quel latte? Niente. Questa è un’emergenza da cui bisogna uscire. I predatori sono stati portati dall’uomo, e l’uomo deve risolvere il problema. Ovvero la politica e le istituzioni».
ECONOMIA IN GINOCCHIO – Ci sono aree della Maremma in cui la pastorizia è l’unica attività agricola, e rappresenta tradizionalmente un fiore all’occhiello di un territorio che produce eccellenze agroalimentari. Il latte ovino e caprino con cui si producono profumati e apprezzati formaggi è però a rischio. Molti allevatori hanno già gettato la spugna. Non si sentono tutelati. Da Scansano a Manciano, dal Monte Labbro ad altre zone della provincia, la situazione è la stessa. E le conseguenze economiche sono devastanti: gli allevamenti chiudono, quelli che restano producono meno latte e così anche i caseifici della zona lavorano meno latte. Il risultato più evidente ed immediato è la perdita di posti di lavoro nei caseifici; e tutto l’indotto che ruota intorno al settore ovicaprino che è più consistente della pastorizia stessa, ne risente.

Tratto da: agricultura.it

