La proposta del disegno di legge sullo stupro (articolo 609 bis del c.p.), da parte della maggioranza in Commissione Giustizia del Senato, contiene una modifica terminologica che ha implicazioni filosofiche e giuridiche profonde: la sostituzione della parola “consenso” con “dissenso”.

“Non si tratta di una semplice sfumatura lessicale – afferma Lorenza Albanese, presidente di Donne in Campo -, ma di un ribaltamento del paradigma che regola le relazioni sessuali”.

“Non lo riteniamo ammissibile – gli fa eco Enrico Vacirca, presidente di Anp-Cia Toscana -, il silenzio viene interpretato come assenso, e solo l’opposizione manifesta configura il rifiuto”.
Secondo la formulazione infatti, non sarebbe più necessario che vi sia un consenso esplicito affinché un atto sessuale sia considerato legittimo, ma piuttosto l’assenza di un dissenso espresso.

Questa inversione riporta paradossalmente a un modello pre-moderno delle relazioni di potere, dove è la donna a dover “difendersi” attivamente piuttosto che essere l’uomo a dover ottenere un’approvazione esplicita.

E qui emerge il paradosso delle sante vergini: quante di loro hanno espresso verbalmente, chiaramente e ripetutamente il loro dissenso, eppure sono state comunque violate?

Le agiografie sono piene di martiri che hanno gridato il loro rifiuto, che hanno resistito fisicamente, che hanno dichiarato la loro dedizione a Cristo come forma di opposizione al matrimonio o alla violenza sessuale imposti.

Eppure sono state aggredite lo stesso. Santa Agnese, Santa Lucia, Santa Maria Goretti: tutte hanno manifestato dissenso inequivocabile, tutte sono state violentate o uccise nel tentativo.

La proposta di legge basata sul “dissenso” suggerirebbe che queste sante abbiano fatto la loro parte, hanno detto no, hanno resistito; ma questo non le ha protette. E cosa dire di tutte quelle giovani donne nelle stesse circostanze che non hanno avuto la forza, il coraggio, o semplicemente la possibilità fisica di esprimere dissenso? Secondo questa logica giuridica, il loro silenzio – per paura, sottomissione culturale, o impossibilità materiale – le renderebbe complici della propria violazione.

Il modello del “dissenso” promosso nella legge perpetua l’idea che sia responsabilità della donna opporsi, gridare, combattere.

“Un modello – ribadisce Albanese – che trasforma ogni donna che non abbia “detto no abbastanza forte” in qualcuno che ha implicitamente acconsentito”.

“È un ritorno a quella cultura dello stupro che chiede alla vittima di dimostrare la propria resistenza-afferma Vacirca- piuttosto che all’aggressore di dimostrare il rispetto dell’altra persona”.

Le sante vergini ricordano che il dissenso espresso non è mai stato sufficiente a proteggere le donne dalla violenza.

“Ciò di cui abbiamo bisogno – conclude Albanese – non è una legge che richieda alle donne di opporsi più chiaramente, ma una cultura e un ordinamento giuridico che richiedano agli uomini di ottenere un consenso esplicito, entusiasta e continuo”.

“La santificazione di queste martiri dovrebbe essere un monito, non un modello – ribadisce Vacirca, che conclude -. Il fatto che abbiamo dovuto celebrare come eroine donne che sono morte difendendo la propria autonomia corporale, è già di per sé un’ammissione del fallimento sociale e giuridico nel proteggerle”.

Una legge progressista sul consenso non può invertire l’onere: deve affermare che solo un “sì” chiaro e libero rende legittimo un atto sessuale, e che qualsiasi cosa diversa da questo è violazione.
Altrimenti, anche nel XXI secolo, continueremo a produrre martiri invece di garantire giustizia.


Tratto da Dimensione Agricoltura n. 2/2026