Intervista a Luca Brunelli, presidente Cia Toscana, dopo un anno di lavoro alla presidenza della Cia Toscana: obiettivi raggiunti, difficoltà del settore e priorità da portare a termine.

di Lorenzo Benocci


20150504_ciatoscana_lucabrunelliDopo un anno dalla sua elezione alla presidenza della Cia, qual è un primo bilancio presidente Brunelli?

Il primo anno di lavoro come presidente regionale è stato incredibilmente intenso, lo possiamo guardare da tutti i punti di vista: da quello politico economico a quello umano e sociale. L’eredità, la dote, era ed è pesante: rappresentare gli interessi di 22 mila aziende e 90 mila soci (dalle donne ai giovani, dai pensionati agli imprenditori in carriera, dai funzionari ai dirigenti), determina – ogni giorno – in me un enorme senso di responsabilità. Il primo risultato ottenuto parte proprio da questo: è stato l’ottenimento del calore e della vicinanza degli uomini e delle donne, che rendono grande la Cia della Toscana. Tutto ciò, mi ha sicuramente permesso di affrontare i primi, ma intensissimi, appuntamenti con forza e determinazione.

È stata la condivisione delle problematiche all’interno della Giunta e della Direzione regionale, è stato il profondo clima di collaborazione e confronto con i miei vice Regionali e con il Direttore, che hanno permesso alla Cia, oggi, di trarre delle positività dal mio primo anno di mandato. Lo definirei un anno compulsivo: appena eletto mi sono trovato a sostenere emendamenti incisivi sulla legge 65 e, parallelamente, a scoperchiare un Vaso di Pandora che conteneva un Pit ribelle, un Pit che non dava giustizia alla Toscana e soprattutto agli agricoltori. Diciamocelo; in quel piovoso marzo 2014, eravamo soli a problematizzare su questo tema ed erano in pochi ad ascoltarci ma, ecco il vero risultato della Cia Toscana tutta.

Che fase sta vivendo l’agricoltura toscana; qual è lo stato di salute?

Il maggior riconoscimento del ruolo dell’agricoltura, rende questo comparto oggi più appetibile, più dinamico e più vicino alla società. Non è un caso che, proprio in queste settimane si stia svolgendo l’Expo di Milano con lo slogan “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Dobbiamo essere consapevoli, però, che il benessere dell’agricoltura spesso e volentieri non è direttamente collegato con il benessere ed il reddito dell’agricoltore.

Dobbiamo parlare in Toscana, a mio avviso, di “agricolture” e non di “agricoltura”: da quelle di tendenza come il mondo del vino, a quelle legate a realtà che completano la loro offerta con il turismo ed i sevizi in genere; ci sono, altresì contesti con produzioni estensive o ad alto valore aggiunto che tutti ci invidiano (il florovivaismo, l’ortofrutta, l’olivicoltura, l’allevamento); ma anche le agricolture dei territori montani e fortemente svantaggiati, nelle quali il raggiungimento del reddito è ostacolato ancora da molteplici difficoltà.

Un filo rosso, però, collega tutte queste dimensioni: sono, nella loro totalità, legate dalla necessità di affermarsi sul proprio mercato – da quello nazionale della porta accanto a quello globale -, dal bisogno di divenire sostenibili, di fare reddito, di espandere il proprio progetto di impresa ma, soprattutto, di veder riconosciuto loro il ruolo – e onere – di presidio di un territorio, al quale danno da sempre dinamicità e, quindi, valore aggiunto in termini economici e di paesaggio. Siamo bravi nel produrre bene e nel fare qualità. Molto ancora resta da fare, invece, per migliorare in capacità di offerta di massa critica e per far riconoscere il vero valore delle nostre produzioni.

Fra le cose che non vanno, quali sono le priorità su cui intervenire?

Innanzitutto è da porre l’attenzione sul nuovo panorama istituzionale, che ci impone il massimo rigore sia sul metodo che sull’approccio con cui viene ultimato il riordino della governance Regionale. Oggi, con lo spostamento della maggior parte delle competenze alla regione, si crea una vera discontinuità tra passato e presente e, per un comparto come il nostro, questo può pesare e determinare ingenti difficoltà: evidenzio, in merito, i problemi che incontrano i nostri agricoltori nel chiudere le domande del vecchio Psr. Detto ciò, tengo a precisare che, a mio parere, il riordino della governance nazionale e regionale, è non solo utile ma necessario; da esso, infatti, si genera anche una regionalizzazione di molte competenze che, se ben gestita, porterà a razionalizzare i costi, ad aumentare l’omogeneità delle opportunità per tutti gli agricoltori toscani e, come auspico, anche a ragionare meno di “campanili” e più di interessi comuni.

Dobbiamo quindi agevolare processi di collaborazione e di aggregazione di prodotto; dobbiamo dare voce nel mercato alle nostre aziende, razionalizzando il sistema della promozione che oggi si disperde in troppi rivoli. Penso, a tal proposito, ad una revisione concreta del Sistema camerale e alla necessaria integrazione con Toscana Promozione: le aziende hanno bisogno non di divisioni territoriali ma di sinergie costruttive. Queste ultime, poi, vanno estese agli enti che vivono a contatto con i mercati: dalle istituzioni, alle proloco, all’Ice, alle ambasciate.
Vorrei parlare davvero di “Filiera nostra”, quella cioè dove i prodotti toscani, coltivati dai nostri agricoltori, si vendono ovunque, non lasciano spazio al taroccamento e fanno quindi aumentare il Pil regionale oltre che il reddito delle nostre imprese agricole.

Non posso pertanto trascurare quei problemi – che determinano l’incapacità di produrre e/o ottenere reddito per le nostre aziende -, legati agli ungulati e ai predatori: una questione ostica, che solo con la collaborazione di tutti possiamo affrontare. Abbiamo inoltre bisogno di ridare dignità alla vita nelle aree rurali e marginali del nostro territorio; è lì, con i più deboli, che si misura lo stato di civiltà di un popolo. Se vogliamo portare le nostre aziende nel mondo, dobbiamo portare il mondo nelle nostre aziende: strade, servizi, banda larga, servizi sociali, trasporti, sono elementi imprescindibili per far crescere il territorio.

Guardando invece il nostro sistema Confederale, ritengo che abbiamo bisogno di spingere sull’acceleratore. Abbiamo creato, nel giusto periodo storico, un sistema sinergico che intreccia bene professionalità ed imprese; oggi non basta. Dobbiamo puntare all’eccellenza divenendo, o continuando ad essere, fornitori di risposte alla persona e alle imprese. Ciò che auspico ed auspichiamo, è che le nostre competenze possano rivelarsi capaci di individuare, migliorare e talvolta cambiare il futuro ai nostri soci. La Cia: un partner nelle scelte, un saggio dal quale assorbire.

Quella sull’Imu, che vi ha visto in prima fila a livello nazionale, è una battaglia persa o che non si è ancora conclusa?

Non può concludersi così, assolutamente no. Prima di tutto va fatta chiarezza su quanto è successo, troppo a lungo siamo rimasti distratti. Il problema viene da lontano, dal decreto Monti e dall’avallo dell’allora ministro Catania.
Non voglio, comunque, limitarmi alla protesta. Propongo di ragionare sulle soluzioni e lancio una sfida alla politica affinché si possa condividere una linea di indirizzo che provo a sintetizzare così: il primo obiettivo, all’interno di un ragionamento più ampio, deve essere quello di portare a reddito tutti i terreni.

Premiamo, quindi, chi coltiva la terra e facciamo pagare chi utilizza la stessa per speculazioni o non la rende disponibile alla coltivazione. La Toscana, che io plaudo, è a tal proposito la più lungimirante, tanto che in merito ha emanato la legge sulla “Banca della Terra”, proposta della quale, come Cia, rivendico la paternità: troviamo il suo embrione nei nostri documenti del 2000; le successive elaborazioni sono state poi accolte dalla Giunta Rossi con l’assessore Salvadori, che ringrazio. Adesso, sta a tutti gli attori del sistema rendere questo provvedimento efficace, mettendo a disposizione terreni pubblici e privati che non siano marginali ma di vero interesse agricolo.

Come secondo obiettivo ci resta quello di razionalizzare e abbattere la burocrazia; cominciando con una “cura dimagrante” su Ismea, Agea, Inea e molti altri derivati, si troveranno i 300 milioni all’agricoltura annoverati.

Il rapporto fisco-agricoltura va rivisto?

Questo argomento non può essere più un tabù per non creare solo falsi miti e letture non oggettive. Per affrontare tale tema occorre prima però riconoscere il valore che l’agricoltura è per il sistema Paese. Quanto vale il contributo agricolo in materia di salvaguardia ambientale e gestione del territorio? La risposta non deve essere un esercizio filosofico, è semplicemente un tema matematico.

In parole povere, dobbiamo dare un coefficiente percentuale in relazione al Pil corrispondente al valore del lavoro nei campi. Conosco qualche professore di matematica e di economia che ci potrebbe aiutare in questo calcolo; credo, però, che in realtà non occorra scomodare nessuno: basta il buon senso per riconoscere il valore aggiunto dato dalla cura del nostro territorio: pensiamo ai cipressi dei sentieri agricoli, alle balle di paglia sui nostri colli, agli olivi secolari, ai terrazzamenti a secco, ai filari dei nostri vigneti, ai bellissimi casolari e annessi agricoli, alle colline che ancora non vengono giù, ai reticoli fluviali sapientemente disegnati dai nostri avi. E potrei continuare ancora, magari scomodando il Landeschi – parroco agronomo del 1700 – o ricordando le teorie di Emilio Sereni.

Ecco, tutto questo è il valore che accompagna ogni prodotto italiano, dalla Fiat alla Barilla, ed è un valore reale oltre che stimabile in alcuni punti percentuali di Pil.

Accettata questa premessa, possiamo affrontare il tema fisco. Non scordiamoci mai che, a parità di reddito, in agricoltura si deve investire un valore almeno triplo rispetto ad ogni altra realtà economica e che le incertezze date dai fenomeni atmosferici rendono poco efficace ogni criterio di pianificazione.

La Cia è spesso intervenuta sul tema della governance e semplificazione: a che punto siamo?

È un tema che, più che attuale, è di grandissima importanza per me e per la Cia tutta. Definirei l’oggetto un poliedro, oltretutto irregolare. Come suddetto, lo ritengo una grande scommessa. Mi è testimone chi mi ha conosciuto: da sempre ho lavorato per superare i confini che ritengo, poche volte opportunità e molto spesso limiti.

Mi va, per dare delle conferme, di ricordare alcuni passaggi della mia vita: ero Presidente del mio quartiere, a Montalcino, quando puntai e ottenni la saldatura di una collaborazione che stava per scemare tra la grande Contrada della Tartuca e la mia umilissima Ruga; con gli stessi convincimenti, da neoeletto nel Consiglio del Consorzio del Brunello, spinsi per allargare gli orizzonti e affrontare i mercati – come poi avvenne – in collaborazione con altri consorzi; in Agia invece, con la medesima spinta propulsiva, ottenemmo la presidenza del Ceja eleggendo Matteo Bartolini, con una condivisione tutt’altro che scontata con Coldiretti e Confagricoltura.

Arrivammo ad ottenere l’84% dei voti di tutta l’Ue, nonostante la contro-candidatura di un rappresentante delle politiche agricole del nord Europa. Questo risultato, ha permesso alla Cia di aprire una nuova finestra sulla dimensione europea ed ha restituito alla Confederazione una figura che di certo è oggi un grande valore aggiunto per tutti noi.

Dietro a questi semplici esempi si estende un pensiero più articolato, sorretto da una grande consapevolezza. I cambiamenti non possono essere spot: il solo risparmio non può giustificare le scelte se proprio questo risparmio cade sulle teste di chi le scelte le subisce. Alle riforme istituzionali, ritengo però che debbano seguire le riforme delle sottostrutture: ho colto con favore il riordino delle Atc e dei Consorzi di bonifica, compreso il rientro in regione di parecchie competenze. Ancora molto resta da fare.

Il sistema Toscana deve trovare davvero una linea rossa: le prove generali della partecipazione ad Expo dei territori, vedono in tal senso ancora troppe luci ed ombre; l’individualismo continua spesso ad avere la meglio. Ad un sognatore dell’Unità del mondo agricolo come me, resta davvero difficile rispondere ad uno dei milioni di stranieri che chiedono il motivo per cui alcuni agricoltori, con la stessa tipologia di azienda o lo stesso problema, fossero ad Expo a presentare il mondo agricolo non in due o tre, bensì in quattro-cinque svariati modi diversi, ottenendo un unico e solo risultato: la confusione e l’inefficacia.

Appena conosciuti i risultati delle amministrative regionali: quali sono le sue proposte al neo presidente della Regione e al prossimo assessore all’agricoltura?

La prima richiesta-proposta è quella di imporsi, nel rispetto dei reciproci ruoli, un dialogo costruttivo e una concertazione continua. Il Pit toscano è stato l’esempio calzante del fatto che solo la condivisione premia, soprattutto in qualità del risultato. Al presidente Rossi e all’assessore andrà perciò l’onere e l’onore di tenere aperto il tavolo verde che, credo, fin ora abbia ben lavorato.

La seconda richiesta riguarda ancora il tema della concertazione e della questione paesaggistica: oggi, in Toscana, abbiamo creato nuove norme, strumenti che contengono al proprio interno grandi potenzialità. Si tratta di nuovi approcci di visione e di sviluppo: la 65 (legge urbanistica), il Pit e il nuovo regolamento forestale. La loro efficacia, però, la si ottiene solo se tutti i sindaci si impegnano ad applicarle e a declinarle sui territori in chiave di sviluppo, come nell’ultima stesura del Pit è stato chiaramente colto.

Chiedo quindi che la Regione si impegni ad essere il garante, affinché questo avvenga in tutto il territorio omogeneamente, oltre che in tempi brevi e certi. Sul tema del ricambio generazionale e dell’occupazione giovanile in agricoltura, è necessario che si faccia ancora un passo avanti: utilizziamo al meglio ogni strumento a partire dai nuovi bandi del Psr; va poi individuato un criterio per l’inserimento nell’albo dei terreni incolti di quelli provenienti da privati e tutti quelli di proprietà pubblica che, se diversamente da oggi gestiti, provocherebbero più occupazione e ricchezza.

Pur essendo straordinariamente felice dei risultati ottenuti (centinaia di ha. già concessi ai giovani per il proprio progetto imprenditoriale), non vedo ancora piena convinzione nel disporre la norma per i terreni di vero interesse agricolo; ci si è limitati fino ad ora perlopiù ad aree montane e svantaggiate.